La natura si mette in mostra

Non è un museo all’aperto, ma un organismo che vive grazie alla connessione con Oasi Dynamo e alla relazione umana. Il direttore artistico Emanuele Montibeller racconta tutti i segreti di OCA
Michele De Lucchi e Mariangela Gualtieri, "Nella terra il cielo"

Ogni nuova opera entra in dialogo con le precedenti, contribuendo a fornire nuovi sviluppi alla trama. «È come scrivere un racconto, ma la narrazione, anziché riempire pagine bianche, avviene sul territorio». Emanuele Montibeller sintetizza così il senso di OCA – Oasy Contemporary Art and Architecture, il progetto di Oasi Dynamo Riserva Naturale, di cui è direttore artistico, che fa dialogare sull’Appennino Pistoiese natura, arte e “fattore umano” senza gerarchie. Ogni intervento nasce dal confronto con il luogo e ne ridefinisce la percezione. «Ecco perché il termine site specific non si addice a queste opere», precisa Montibeller. «OCA non è un museo all’aperto né un parco di sculture, ma un organismo in divenire, che vive non solo della connessione con il luogo ma anche della relazione umana». Se fosse un racconto, per il direttore artistico, sarebbe quindi «una poesia, che più di ogni altra forma narrativa vive di pause, di non detti, di vuoti lasciati alla libera interpretazione».

OCA è quasi uno smarrirsi per ritrovarsi. Si cammina (perché «camminare fa parte dell’esperienza»), si osserva, ci si lascia attraversare dai luoghi. Le opere non sono corredate da didascalie né da QR code. Non sono mancanze, ma possibilità. Il paesaggio diventa pensiero e ognuno completa il racconto in modo diverso, trasformando la visita in un atto di immaginazione. Lo confermano le guide che accompagnano i visitatori lungo il percorso a piedi, che dura circa due ore: «Per visitare OCA, infatti, non si paga un biglietto d’ingresso, ma si elargisce un contributo per la visita guidata», sottolinea Montibeller. «Le guide mi raccontano di sentirsi arricchite dal dialogo con i visitatori, perché le interpretazioni delle opere sono diverse e spesso impreviste». Il valore è quindi nella relazione, nel tempo condiviso.

Montibeller è direttore artistico dagli esordi di OCA (2023). Quando arrivò qui per la prima volta, al posto dello spazio espositivo c’era una stalla e i cavalli all’alpeggio: «Ho camminato a lungo nell’Oasi, per cercare di capire come e dove potesse nascere un progetto di questo tipo. OCA non si trova in un punto centrale dell’Oasi, ma in un’area accessibile solo a piedi. L’idea è stata proprio quella di non forzare il luogo, di non antropizzarlo, per mantenere una coerenza tra il progetto artistico e la natura che lo ospita. Abbiamo scelto una viabilità leggera, esclusivamente pedonale, evitando segnaletiche invasive e distribuendo le opere in punti diversi del paesaggio, ciascuno con una propria identità. Nei primi anni il percorso non esisteva ancora, c’era solo lo spazio espositivo, con mostre che hanno progressivamente aperto la strada a ciò che oggi è diventato un itinerario diffuso nel territorio».

Per la stagione 2026, OCA ha accolto l’artista belga Arne Quinze, che ha portato a Oasi Dynamo Ceramorphia: più che un oggetto, un dispositivo di pensiero, capace di instaurare una dinamica osmotica con l’ambiente circostante, senza imporsi né aderire passivamente al contesto. Le forme ceramiche evocano una “natura altra”: non la riproduzione del mondo naturale, ma una sua riformulazione attraverso lo sguardo e l’azione dell’uomo, invitando a riflettere sul fatto che mai come oggi l’essere umano incide sui sistemi naturali, e mai come oggi ne appare così distante. La personale I’m a Gardener, che si tiene contemporaneamente nello spazio espositivo di OCA, è la prima grande mostra italiana di Quinze. Pittura e installazione si rivelano così due manifestazioni dello stesso nucleo creativo: un’indagine sulla forza generativa della vita e sulla necessità di riportare equilibrio e varietà negli spazi abitati dall’uomo.

Ceramorphia si unisce a Dynamo Pavilion di Kengo Kuma, che si insinua tra le piante come una folata di vento, mentre Nella terra il cielo di Mariangela Gualtieri e Michele De Lucchi intreccia poesia e architettura, in una riflessione su mito e memoria. Più avanti, Fratelli Tutti di Matteo Thun invita alla contemplazione tramite monoliti in pietra locale disposti in forma circolare, simbolo di unità e ciclicità della vita. Erosions di Quayola, composta da blocchi di pietra lavica lavorati da algoritmi generativi, mette in luce la tensione tra forza naturale e intervento tecnologico, mentre Self-regulation di Alejandro Aravena trasforma una struttura preesistente in un invito a ripensare le modalità dell’abitare. Completano il percorso Home of the World di David Svensson e la colorata Plastic Bags di Pascale Marthine Tayou.

Nel corso dell’estate, il progetto si arricchirà con due nuove opere. Il collettivo fuse* presenterà Vanishing Horizon, un’installazione in acciaio corten che rende percepibile la condizione limite dei buchi neri e il rapporto tra ciò che possiamo osservare e ciò che possiamo solo immaginare. A questa dimensione cosmica si affiancherà la nuova opera di Stefano BoeriDeus Sive Natura – What I Believe, realizzata nell’800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi: un inginocchiatoio in marmo bianco di Carrara lungo dieci metri, orientato verso l’orizzonte, che si inserisce nel paesaggio dell’Appennino come invito alla contemplazione. Non un monumento, ma un gesto minimo e universale: inginocchiarsi davanti alla natura, riconoscendola come interlocutore e trasformandola in un tempio panteista. 

«La selezione degli artisti nasce sempre da una visione d’insieme, dove il punto centrale è il rapporto con la natura e con il nostro modo di abitarla», evidenzia Montibeller. «Raramente si parte da opere già esistenti. Gli artisti vengono piuttosto invitati a conoscere il luogo, a comprenderne la complessità. Il dialogo e la relazione è parte del processo creativo che conduce alla progettazione e poi all’esecuzione del lavoro. Ma la vera vita dell’opera comincerà solo alla fine, quando verrà terminata. Una volta in Oasi muterà, si trasformerà, si adatterà al luogo e allo stesso tempo lo modificherà». C’è infatti un aspetto che sfugge a qualsiasi previsione: è la natura a completare davvero l’opera. «Penso, per esempio, a una sera di giugno dello scorso anno, quando le lucciole hanno scelto la cupola di Mariangela Gualtieri e Michele De Lucchi come rifugio: si sono concentrate all’interno, creando una sorta di costellazione viva. Uno spettacolo imprevisto e meraviglioso. Penso ai cervi entrati nella cupola un’altra volta o alle farfalle che abitano l’installazione di Alejandro Aravena». Alla fine, OCA non è mai davvero ciò che è stato progettato: è ciò che la natura, le opere e le persone decidono insieme di far accadere.

OCA, che fa parte del network Grandi Giardini Italiani, è visitabile fino al 1° novembre 2026, dal giovedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Per il mese d’agosto la visita si possono effettuare anche il mercoledì, agli stessi orari. L’ingresso alla mostra è gratuito, mentre il percorso guidato nel parco ha un costo di 20 € (gratuito per i bambini fino ai 10 anni), solo su prenotazione, agli orari consultabili sul sito web: www.oasycontemporaryart.com.

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