È un modo particolare di stare con l’altro. È accorgersi, intuire, fare spazio, con naturalezza. Avviene nei gesti piccoli: un bicchiere d’acqua offerto senza che ci sia una richiesta, una porta tenuta aperta un secondo in più, qualcuno che ha già pensato a te. Questa qualità in giapponese ha un nome: omotenashi, おもてなし. In Oriente, una delle occasioni in cui si esprime con maggiore chiarezza è la cerimonia del tè. Il padrone di casa prepara ogni dettaglio prima dell’arrivo degli ospiti: seleziona l’occorrente, cura l’allestimento della stanza, si prefigura la sequenza dei gesti. Nulla è lasciato al caso. Significa dedicare all’altro un’attenzione autentica, senza ostentarla e senza aspettarsi nulla in cambio. Si traduce comunemente con «ospitalità» o «cortesia», ma la definizione è riduttiva. In italiano non c’è, infatti, una parola che descriva tutto ciò. Il maestro del tè Sen no Rikyū (1522 –1591), tra i principali interpreti di quest’arte nel XVI secolo, sosteneva che solo così ogni incontro potesse essere unico e irripetibile. Proprio come a Dynamo, dove contribuisce a far vivere agli ospiti un’esperienza indimenticabile.
«Questa parola descrive perfettamente il modo in cui lavoriamo», spiega Giovanna Santella, Family and Child Specialist di Dynamo Camp. «Non si tratta semplicemente di essere predisposti all’accoglienza. L’omotenashi comincia sin dal primo contatto con le famiglie e prosegue durante il percorso fino al termine dell’esperienza, coinvolgendo tutte le aree dell’organizzazione. C’è chi si occupa della preparazione degli spazi, chi dei pasti e delle diete specifiche, chi delle cure mediche, chi fa divertire i ragazzi e i genitori nelle diverse attività. Funzioni differenti, ma tutte orientate verso lo stesso obiettivo: anticipare i bisogni degli ospiti, fare in modo che possano sentirsi accolti senza dover spiegare ogni volta le proprie necessità o formulare una richiesta specifica». Per riuscirci non basta la sensibilità del singolo: occorre un coordinamento costante. «L’omotenashi permette di riconoscere il valore di un lavoro che spesso rimane invisibile, ma che è indispensabile affinché l’accoglienza sia autentica. Non è qualcosa che si improvvisa ed è soprattutto un lavoro di squadra. La formazione prima e la collaborazione poi consente a Staff e volontari di metterlo in pratica, con la consapevolezza che ciascuno, anche senza essere direttamente a contatto con i ragazzi e i genitori, contribuisce a rendere speciale ogni sessione».
A raccontare il risultato di questo lavoro di squadra è Alessandra Mura, di Sassari, mamma di Andrea e Ale, ospiti al Camp in due sessioni Famiglie. «Dynamo è l’essenza dell’omotenashi», conferma. «E pensare che all’inizio ero titubante. Dalla Sardegna il viaggio è impegnativo, ma quando siamo arrivati ho capito che ne era valsa la pena». A colpirla è stato il modo in cui Staff e volontari sono entrati subito in sintonia con Andrea. «Sembrava che lo conoscessero da sempre. Non dovevamo chiedere nulla: erano loro a capire di che cosa avesse bisogno. Se si stancava, per esempio, se ne accorgevano e lo invitavano a sedersi per fare due chiacchiere. La stessa attenzione l’abbiamo ricevuta noi genitori. Nella vita quotidiana le difficoltà non mancano. A Dynamo, invece, Staff e volontari hanno saputo entrare in sintonia con noi senza bisogno di tante spiegazioni. Ma c’è anche un altro aspetto che considero prezioso: qui ritroviamo il senso della famiglia. Nella quotidianità siamo assorbiti dalle terapie, dagli impegni e dalle preoccupazioni. Al Camp possiamo fare attività, ridere, scherzare. Per qualche giorno torniamo semplicemente a stare insieme».
Uno degli episodi che Alessandra porta nel cuore è avvenuto durante l’ultimo Open Day. Andrea ha avuto la possibilità di affrontare un percorso outdoor ma inizialmente si è rifiutato in quanto lo trovava troppo difficile. Un volontario lo ha incoraggiato, accompagnandolo passo dopo passo. Andrea è riuscito non solo a iniziare il percorso ma a completarlo: «Non ci posso credere, ce l’ho fatta!», ha esclamato. «Per me è stato emozionante. Nonostante la sua disabilità, mio figlio è riuscito davanti ai miei occhi a superare un limite che in parte si era posto da solo, grazie a qualcuno che ha saputo dargli fiducia senza costringerlo. La Terapia Ricreativa gli ha permesso di provare qualcosa di nuovo, grazie anche a quella persona che ha fatto la differenza. Lo ha incoraggiato, gli ha dato la forza di continuare, probabilmente ha intuito che poteva farcela anche quando lui non ne era convinto». Alessandra è talmente grata a Dynamo Camp che ha deciso di diventare donatrice. «Desidero che altri ragazzi, come Andrea, possano avere la stessa opportunità. Credo che sia importante che ognuno di noi contribuisca, secondo le proprie possibilità, affinché tutto questo possa continuare. Io e mia figlia stiamo anche pensando di diventare volontarie. Dynamo ci ha dato la forza di andare avanti nel nostro percorso. Quando torniamo a casa, abbiamo carica incredibile. Non esagero nel dire che Dynamo è il Paradiso in Terra, dove Staff e volontari sono gli angeli che ci accolgono!».