Tu chiamale, se vuoi, emozioni

La validità della Terapia Ricreativa Dynamo® riguarda il miglioramento delle condizioni psicologiche e di benessere soggettivo, grazie a percorsi inclusivi e sfidanti.

«Una volta, a un bambino ricoverato in ospedale chiesero quali fossero le tre cose di cui non potesse fare a meno. Rispose senza esitazioni: “Il cibo, il gioco e l’amore”». A raccontare questo aneddoto è Daniele Bertin, direttore medico del Camp e oncoematologo all’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino. «Una risposta significativa», osserva il dottore, «in quanto lo svago viene equiparato a bisogni essenziali quali il cibo e l’amore. Ci ricorda che giocare non è un lusso, né qualcosa da fare solo se rimane tempo.Quando un bambino deve affrontare la malattia, vengono limitati o interrotti la scuola, le attività, le amicizie, la possibilità di fare esperienze e di muoversi in autonomia. Anche per un adolescente, che sta costruendo la propria identità, queste privazioni possono avere un peso importante. Possono accrescere la paura, la rabbia, la confusione e, soprattutto, può venir meno quella leggerezza che dovrebbe accompagnare la sua esistenza. Ecco perché la qualità della vita deve essere parte integrante della cura». Dynamo lo ha capito puntando sulla Terapia Ricreativa, utilizzata e riconosciuta negli Stati Uniti da oltre 30 anni. Ripresa e arricchita in tutte le attività al Camp, dal 2018 è stata depositata come marchio Terapia Ricreativa Dynamo®. In teoria, una terapia; in pratica, un’esplosione di divertimento. «La dimensione emotiva e quella relazionale non sono separate da quella medica», ribadisce Bertin. «Lo stesso vale per la famiglia. I genitori sono una risorsa fondamentale per il bambino, ma nello stesso tempo devono sostenere preoccupazioni, incertezze e carichi emotivi importanti. E quando parliamo di famiglia dobbiamo includere anche i fratelli e le sorelle. Li definiamo spesso “sani” perché non hanno una malattia, ma possono vivere una situazione di grande difficoltà: possono sentirsi trascurati, provare rabbia o senso di colpa». 


Ciò che racconta il dottor Bertin si rispecchia nella testimonianza di Rebecca Mastrogregori, ex Camper (della prima ora, nel 2007), poi volontaria (dopo aver affrontato il percorso LIT – Leaders in training), oggi parte dello Staff Dynamo: «E pensare che la prima volta non ci volevo nemmeno mettere piede», confessa. «Ero appena uscita da un lungo periodo di cure, ero mancata da scuola per tanto tempo, non avevo praticamente più relazioni sociali. Il contatto con gli altri mi faceva paura. Pensai: “Che cosa vogliono questi da me?”. All’inizio, quindi, ero molto chiusa. Nel mio silenzio, durante la prima settimana, ho praticamente colorato tutti i muri del Camp. Mi permisero di esprimere il mio disagio e, piano piano, mi sono sentita libera, sbloccata. Ricordo chiaramente il momento in cui qualcosa cambiò: nel 2007, c’era un cerbiatto che si aggirava per il Camp insieme a un grosso cane nero. Intorno, la fattoria, gli animali, la natura… Quella libertà mi ha fatto percepire una specie di magia. Ricordo anche che ci si metteva sempre in cerchio durante le attività, così tutti riuscivamo a vederci e nessuno si sentiva un passo indietro rispetto agli altri. Forse è anche per questo che ho acquisito sicurezza e sono voluta tornare. Sono passati 20 anni e sono ancora a Dynamo!». Del Metodo Dynamo, Rebecca ha apprezzato soprattutto la possibilità di scegliere. «Già nel 2007 ci ripetevano che non era necessario raggiungere un risultato univoco: l’importante era divertirsi e partecipare insieme. È un concetto che mi è rimasto dentro. La Terapia Ricreativa mi ha insegnato che conta il fatto di aver trovato la propria strada per arrivare a un certo punto e che il successo finale è diverso per ognuno. È una possibilità che continuo a portare con me nella vita quotidiana e nel modo in cui mi rapporto con gli altri. Anche un bambino che può comunicare soltanto con un sì o un no, magari solo attraverso un battito di ciglia, sta compiendo una scelta. Oggi, al Camp, mi capita di rivedermi nelle bambine più timide, quelle che sembrano non voler parlare ma che, in realtà, hanno moltissimo da dire. Perché non esiste un modo univoco per esprimersi». Praticamente, Rebecca ha sperimentato il Camp da tutti i punti di vista possibili. Da ospite ha scoperto cose che non immaginava di saper fare. Da volontaria ha vissuto da vicino il rapporto quotidiano con i bambini e i ragazzi. Come Staff, invece, «sento di avere gli strumenti per mettere a disposizione degli altri ciò che ho imparato, condividere idee e costruire qualcosa insieme. È un percorso che è iniziato quando non volevo nemmeno venire a Dynamo e che, a 20 anni di distanza, continua a essere parte della mia vita».


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