«Il diritto alla felicità che Dynamo restituisce ai propri ospiti, in realtà, lo garantisce anche a noi volontari, perché ci divertiamo tantissimo!». Loredana Scotti, 66 anni, di Castel Maggiore (Bologna), è una veterana del Camp. La prima volta nel 2010. Poi, dal 2023 ha collezionato una sessione dietro l’altra: «In totale sono 14», precisa con orgoglio, dopo aver scrupolosamente verificato sulla «carta di identità» del Dynamìco, contando i timbri che attestano le sue partecipazioni. «In passato avevo avuto occasione di fare volontariato in ospedale, nei reparti di oncologia pediatrica. Un’esperienza completamente diversa da quella di Dynamo dove, dal momento in cui entri a quello in cui esci, sei immerso in una macchina di felicità e di sogni: si salta, si balla, si canta, si sorride, ci si abbraccia. La Terapia Ricreativa rende la vita più leggera e, soprattutto, fa sembrare possibile ciò che altrove potrebbe apparire impensabile. Ho visto bambini tetraplegici fare arrampicata e bambini ipovedenti dipingere: esperienze che mostrano quanto si possano superare i limiti che sembrano invalicabili. Non si vedono farmaci o procedure che ricordano continuamente la malattia. C’è solo un immenso spazio in cui il bambino può semplicemente divertirsi, provare a fare cose nuove, scoprendo che può farcela». Possibile che non sia nemmeno un po’ faticosa la vita da volontario al Camp? «Sei talmente immerso in questa macchina organizzativa perfetta, che non ti senti mai solo e quasi non ti accorgi della stanchezza mentale. La stanchezza fisica, invece, dopo due o tre giorni si fa sentire, soprattutto alla mia età. Ma, a dire il vero, tra le magie di Dynamo c’è anche questa: l’età smette di contare. Non mi sono mai sentita la vecchia del gruppo. Si crea un’atmosfera in cui le differenze, compresa quella anagrafica, sembrano scomparire. Mi sembra persino di tornare bambina. Dynamo, però, ha un difetto: crea dipendenza! Quando vieni a casa, non vedi l’ora di tornare e questo vale non solo per i bambini, ma anche per i Dynamìci». Loredana cerca di contagiare con il suo entusiasmo anche gli amici: «Due di loro sono diventati volontari», racconta fiera. «Ma avrei voluto convincerne qualcuno in più. La verità è che è molto difficile spiegare le forti emozioni che si provano al Camp a chi non ci è mai stato. Ci sono tanti momenti che mi porto dentro. Penso soprattutto agli occhi felici dei bambini alla fine di un’attività, anche di quelli che non hanno un linguaggio verbale e che riescono comunque a farti capire quanto siano contenti per quello che hanno appena fatto. E poi ci sono i genitori, quando ti abbracciano e ti dicono grazie. Ricordo anche papà che sembravano delle rocce, persone molto forti, e che invece ti stringono con le lacrime agli occhi. Sono momenti che restano. Come resta il momento del saluto, che alla fine di ogni sessione è sempre molto intenso dal punto di vista emotivo. Quella magia non si esaurisce quando torni a casa. Dopo una sessione, vivo per 15-20 giorni in una sorta di stato di grazia. Dynamo mi ha cambiato la vita, perché credo che si rimanga Dynamìci anche fuori dal Camp. È come se guardassi il mondo con “gli occhiali” di Dynamo. Il modo di rapportarmi alle persone è diverso: mi sento più disponibile, più allegra, più portata a vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto».

Alcuni volontari si avvicinano a Dynamo grazie alle aziende in cui lavorano, che mettono a disposizione una parte delle ore di lavoro per permettere ai dipendenti di dedicarsi al Camp. è il caso di Nazareno Pocapaglia, 33 anni, head of social media per una grande azienda del lusso, assiduo ai City Camp di Milano. «Prima di iniziare questa esperienza, pur avendo frequentato il corso di formazione previsto per i volontari, temevo di trovarmi in difficoltà a gestire alcune situazioni», spiega. «Avevo paura di sentirmi inadeguato, di non sapere cosa dire o come comportarmi. Una volta al Camp, però, queste preoccupazioni sono venute meno. Lo Staff ti accoglie con grande considerazione. Quando arrivi, c’è una riunione di briefing. Non vieni lanciato allo sbaraglio. Ti fanno sentire subito parte del gruppo e, soprattutto, mai giudicato. Si percepisce quanto apprezzino il tuo impegno e il tempo che hai scelto di dedicare. A fine giornata, vogliono conoscere nel dettaglio le tue impressioni. Apprezzo molto la possibilità di stare in un luogo in cui le differenze sembrano davvero annullarsi, in cui il gioco e la condivisione valgono per tutti allo stesso modo. A Dynamo ho imparato il valore di essere generosi senza aspettarsi nulla in cambio. Inoltre, ho compreso quanto un gruppo possa essere forte nel sostenere il singolo. È una dinamica che ho osservato più volte al Camp: la rete si attiva subito e ciascuno può contare sugli altri. Anche il modo di parlarsi cambia, così come il modo di ascoltare e di considerare la persona che si ha davanti. Ho imparato ad accettare anche la possibilità di sbagliare, perché il confronto con lo Staff ti permette di adattarti alle situazioni e capire, di volta in volta, come metterti davvero al servizio degli ospiti».

SIAMO TUTTI DYNAMICI
Hanno tra i 18 e i 78 anni (l’età di una signora di Perugia con energia da vendere che partecipa a più di una sessione ogni anno). Il volontario più assiduo? Ha un curriculum con 20 sessioni. Quello che ha fatto più strada? è giunto appositamente dal Canada (con in dono sciroppo d’acero a volontà). Lo racconta Francesca Prioreschi, dal 2013 in forza all’ufficio volontari, oggi referente per la segreteria (anche lei iniziò come volontaria, nel 2012). «Alcuni arrivano in coppia (marito e moglie, amici…), altri si conoscono in sessione e poi si sposano (è successo varie volte). Svolgono i mestieri più disparati: c’è lo studente universitario, il pasticciere, il fiorista, il ricercatore, il manager… Ma quando indossano la maglietta di Dynamo (e magari sono imbrattati di polveri colorate!) sono semplicemente Dynamìci. Sì, perché al Camp le differenze si azzerano anche tra di loro, non solo tra gli ospiti». Ogni giorno Francesca riceve messaggi come questo: «Volevo ringraziarvi perché mi avete regalato l’esperienza più bella della mia vita. Sapere che una realtà come la vostra sia davvero tangibile è la cosa più emotivamente forte che si possa provare». Oppure: «Grazie mille per avermi dato l’opportunità di tornare al Camp e di dare, a mia volta, tutto il bello che mi è stato dato da Dynamo. Ho realizzato il desiderio che avevo da Camper: quello di diventare una Dynamìca!». «Ognuno viene messo nella condizione di esprimersi al meglio, e questo ha benefici positivi sugli ospiti», spiega Francesca.
Lo conferma Maria Giulia Meoni, referente dell’area volontari: «Una volta un Dynamìco, citando Fabrizio De André, mi disse: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore. E non riesci ad esprimerlo con le parole (sono i primi due versi di Un matto, 1971, ndr). A Dynamo c’è il tempo rispettoso di far esprimere tutti, anche i Dynamìci”. Lo Staff, infatti, accompagna ognuno di loro passo dopo passo, aiutandolo a entrare nella realtà del Camp, a orientarsi e a sentirsi parte della comunità, di un progetto ben organizzato, che funziona, e al quale si può contribuire concretamente. Un senso di appartenenza sviluppatosi grazie ad anni di passione e rispetto per quello che si fa». Non è un caso che i volontari arrivino a Dynamo soprattutto grazie al passaparola e che nel 2026, «su circa 1.800 iscritti, quasi 1.000 siano volontari senior, ovvero persone che scelgono di tornare a far parte del progetto. Una testimonianza concreta di quanto il senso di appartenenza sia radicato», sottolinea Maria Giulia. «Lavorare in un team che non hai scelto e che non conosci è una sfida: è facile collaborare con persone con cui hai già un rapporto, mentre a Dynamo le squadre si riformano continuamente. Ogni volta bisogna imparare a conoscersi, a trovare un modo per collaborare e a costruire insieme un equilibrio nuovo. È un esercizio che arricchisce i volontari nel modo di stare con gli altri, dentro e fuori dal Camp: sono loro a confermarmelo in continuazione».

E’ curioso rilevare che durante le sessioni i Camper non facciano differenza tra i membri dello Staff e i volontari. Per loro sono tutti, indistintamente, «Dynamìci». «Le responsabilità sono chiaramente definite, ma nella modalità di agire tutti hanno lo stesso approccio, il Metodo Dynamo», spiega Maria Giulia. «Che tu sia un volontario alle prime armi o un membro dello Staff con anni di esperienza, ciò che conta sono l’energia, l’entusiasmo e l’attitudine a stare con gli altri. È un modo di essere». Naturalmente, anche i volontari devono partecipare a un periodo di formazione. «Le famiglie affidano il loro bene più prezioso a persone che, fino a quel momento, sono perfette sconosciute. Abbiamo la responsabilità di garantire che tutto sia fatto a regola d’arte». Oggi, dedicare con generosità il proprio tempo alla cura degli altri non è affatto scontato. «Viviamo in un’epoca che ci sottopone continuamente a nuovi stimoli e ci spinge alla velocità; fermarsi a prendersi cura di qualcuno è invece un gesto che mette in moto un circolo virtuoso. Significa dare attenzione all’altro, prepararsi per accogliere le necessità delle famiglie e degli ospiti e, allo stesso tempo, sperimentare il valore di un’esperienza che ha un senso profondo. In questi anni ho capito che Dynamo sa anche ricalibrare le priorità, allargando lo sguardo delle persone. È un po’ come passare dal normale obbiettivo di una macchina fotografica al grandangolo: improvvisamente riesci a vedere molto di più di quello che hai sempre avuto davanti agli occhi. Ricordo, a questo proposito, le parole di un Dynamìco al termine di una sessione. Mi disse: “In questo posto impari a riconoscere le emozioni e a prenderti il tempo per sentire ed esprimere quello che provi, a dare un nome alle cose che accadono mentre accadono”. Sono riflessioni preziose, che ti porti anche fuori dal Camp».